Invito alla lettura: "Autopsia di una giornata"

 

Tramite il bellissimo libro "Autopsia di una giornata" - da lui scritto e scaricabile gratuitamente su questo sito -, è possibile avvicinarsi nuovamente alla esperienza di un medico, agli intrecci dei rapporti umani, alle malattie dell'epoca, ad un intero popolo che viveva nella periferia romana, per capire cosa significasse esercitare la professione medica nel secolo scorso.

La condotta medica è una istituzione tipicamente italiana, non si trova in altri paesi europei. Nasce come istituzione con il testo unico delle leggi sanitarie del 1934 e viene abolita con la riforma sanitaria del 1978. Nasce dalla necessità dello Stato di dare assistenza alla popolazione sparsa sul territorio soprattutto nelle campagne, sui monti, in comuni spesso isolati, mal collegati tra loro con abitazioni malsane, famiglie numerose, malattie infettive che colpivano gli adulti ma specialmente i bambini, elevata mortalità dovuta anche alla malnutrizione, e alla mancanza di osservanza delle norme igieniche. Dai libri di Evaristo Dandini emerge un quadro molto appassionato e realistico della vita del medico condotto che si spendeva con tutte le energie possibili, per fronteggiare di volta in volta ogni tipo di emergenza, chiamato continuamente a tutte le ore dagli abitanti del Comune di Frascati e della periferia. Come dice nel suo bel libro "Autopsia di una giornata", non passava notte che qualcuno non bussasse al suo campanello costringendolo non solo a svegliarsi di soprassalto, a vestirsi velocemente, a prepararsi alla bella e meglio per accorrere in soccorso di chi si sentiva male. Ma anche a rassegnarsi a raggiungere il paziente nei luoghi più impervi e mediante mezzi di fortuna nelle ore più buie della notte: a bordo di un calesse se necessario, per vie accidentatissime. La frase "Sta male, corri a chiamare il dottore!" oramai noi la sentiamo ancora solo nei film d'epoca. Ma c'è stato un tempo in cui il dottore lo si andava a chiamare veramente: e anche durante la notte! Lui, ovviamente, generosamente, nel pieno del traumatico risveglio, si precipitava, catapultandosi ancora stordito con tutte le energie fuori dal suo letto, letto a cui, finito l'intervento, cercava di tornare, con la speranza di continuare il sonno interrotto: ma sovente un'ennesima sopraggiungente chiamata lo costringeva a rialzarsi di nuovo, a interrompere il sonno di nuovo, per correre ancora una volta in una nuova abitazione, lungo una nuova rampa di scale, o su su fino alla più sperduta casupola in cima alla collina, fino a che, al sorgere del giorno, non arrivava il momento di andare all'Ambulatorio dopo una notte praticamente insonne. La prima parte di "Autopsia di una giornata" è tutta dedicata a questo "fenomeno" che solo la generosità d'animo e l'impegno del medico concepito come una vera e propria missione poteva effettivamente supportare. Così arrivava all'Ambulatorio dove una fila di persone lo attendevano con richieste varie, dalle ricette alla richiesta di cure, a volte anche per motivi gravi: discernere le richieste meno gravi e quelle urgenti o addirittura urgentissime faceva la differenza tra la vita e la morte, la sua prontezza di spirito era per molti letteralmente vitale. Quando non doveva correre di notte, nel pomeriggio, si organizzava giornalmente con visite presso le abitazioni della città, dedicandosi alle visite anche dei piccoli pazienti che allora contraevano malattie che oggi sono praticamente scomparse. O malattie che venivano trascurate dai genitori spesso ignoranti e privi dei requisiti minimi della cura e delle più elementari condizioni igienico-sanitarie